PARLIAMO DI FONDO PENSIONE E L'AIUTO DELLO STATO

  • Giovedì, 05 Marzo 2015 15:43

Spesso, soprattutto tra i giovani, si pensa ai fondi pensione come a qualcosa di lontano nel tempo, di scarso interesse immediato; ci penseremo più avanti, non ho disponibilità economiche perché occorrono molti soldi, la pensione non l'avrò mai! Queste sono le risposte più frequenti.
Eppure, così com’è stato progettato, il fondo pensione italiano è un vero e proprio "libretto di risparmio" che consente ai cittadini ed in particolare ai giovani, di farsi un "gruzzoletto" con un aiuto economico fornito dal fisco e quindi dallo Stato. Inoltre non sono soldi che rimarranno bloccati fino all'età della pensione; anzi sono sempre disponibili per i casi più importanti della vita. Iniziamo con il lato fiscale. La prima notizia che potrà anche sembrare strana, è che non occorre la maggiore età per essere iscritto a un fondo pensione; una volta quando nasceva una bimba o un bimbo, il genitore previdente, anche se di modeste condizioni economiche, andava in una Cassa di Risparmio e apriva un "libretto di risparmio" con poche lire. Oggi i genitori o i nonni possono fare lo stesso iscrivendo il piccolo al fondo pensione ma con un vantaggio rispetto al passato; e cioè che quanto si versa è deducibile fiscalmente. Facciamo un esempio: il nonno o la mamma versano ogni anno 500 €, hanno un reddito di 25 mila euro lordi e quindi un’aliquota marginale Irpef con le addizionali comunali e regionali del 30% circa. Ma a loro costa effettivamente 350 euro perché 150 euro sul conto del bimbo li paga lo Stato sotto forma di sgravio fiscale. Per inciso con questa cifra in 40 anni di versamento si ottiene il 10% di pensione in più rispetto al citato reddito. Infatti, proprio per i vantaggi fiscali, il fondo pensione fino al limite massimo di deducibilità che è pari a 5.164,57 €, è lo strumento di risparmio più conveniente rispetto ai piani di accumulo finanziari o assicurativi ma anche rispetto ai titoli di Stato. E di questi tempi risparmiare oltre 5 mila eurini ogni anno non è poco per la stragrande parte dei contribuenti.

La tabella seguente fa una comparazione tra un normale piano finanziario e un fondo pensione. Come si vede il vantaggio è innegabile.

Per i lavoratori dipendenti è conveniente investire il TFR (trattamento di fine rapporto) nel fondo pensione; anche in questo caso i dati in tabella sono eloquenti perché pur in presenza di una imposta sui rendimenti più o meno simile, la tassazione finale al momento del riscatto è nettamente più favorevole per la previdenza complementare.

Se dal punto di vista fiscale è sicuramente conveniente, affrontiamo la seconda questione e cioè: questi soldi che sono stati accantonati quando li posso utilizzare e come? Facciamo un po' di esempi; il nonno di Licia ha iniziato ad accantonare i 500 € da quando aveva un anno; oggi ne ha 15 e vorrebbe fare un mese all'estero per imparare una lingua; occorrono 1.500 €. Il nonno poiché sono decorsi, come prevede la legge, 8 anni dal momento dell'iscrizione e fortunatamente non si sono avuti problemi di salute, chiede un riscatto per "motivi diversi" di 2.000 €; in questi casi la norma consentirebbe di richiedere fino al 30% di quanto c'è sul conto (in 15 anni, compresi i rendimenti, sul conto ci sono 9.000 euro). Su questa somma paga il 23% di imposta secca che però potrà recuperare nei successivi anni rimettendo quei soldi sul "libretto".

E così potrà prelevare in futuro per altre spese impreviste: per frequentare master o corsi di specializzazione, ma anche per comprarsi una macchina, o ristrutturare l’appartamento del nonno o comprarsi una casa, alleggerendo la quota del mutuo. Si preleva e poi, quando si può, si riversa quanto prelevato. E’ logico, ad esempio, che dopo un master o un corso qualificante si possa trovare un lavoro più pagato e con quel “di più” si reinvestono le “anticipazioni” prelevate e si recuperano così anche le tasse.

Oltretutto l’iscrizione in giovane età consente anche di ridurre la tassazione finale prevista dalla legge tra il 9% e il 15%. Infatti dopo 15 anni di iscrizione l’imposta si riduce dello 0,3% per ogni anno successivo fino appunto a raggiungere, al 25 anno, il 9%. In 30 anni tassare il TFR al 9% anziché al 35% fa una bella differenza (35 x 1.500 € al 35% fa un netto di 34.125 mentre al 9% fa 47.775 €).

Inoltre non ci sono solo le anticipazioni ma anche i riscatti parziali per la perdita involontaria del posto di lavoro; infatti se il periodo di disoccupazione è compreso nei 48 mesi, si può riscattare fino al 50% di quanto accantonato per sopperire alla mancanza di reddito. Anche in questo caso è consentito il ripristino della posizione.

Tenuto conto che in qualsiasi momento è consentita una anticipazione pari al 75% di quanto versato per gravi motivi di salute per se e per i famigliari, come si vede il Fondo Pensione segue passo dopo passo l’intera vita dell’iscritto consentendo prelievi e versamenti proprio come un normale libretto di risparmio ma con il grande vantaggio che una bella parte te la offre lo Stato. Facciamo un semplice esempio: partendo dai nostri 25.000 euro di reddito per arrivare a 35.000 finali (1.800 € al mese netti) si avrà un’imposta media del 31% circa. Ciò significa che il 31% di quanto accantonato lo ha pagato lo Stato; non male! 

E veniamo all’ultimo punto e cioè: è necessaria una pensione di scorta?  Come abbiamo più volte affermato la pensione complementare rispetto al sistema pubblico obbligatorio è necessaria per tutti ma soprattutto per i lavoratori che hanno iniziato la loro attività a partire dall’1/171996 e per quelli con carriere discontinue; è indispensabile per i lavoratori autonomi e per i liberi professionisti che versando aliquote più basse (rispettivamente il 24% e il 16% contro il 33% dei lavoratori dipendenti) avranno pensioni più basse. Prendendo l’ultima dichiarazione dei redditi, la maggior parte degli italiani dichiara un reddito netto mensile di 1.250 €; pur considerando che i tassi di sostituzione italiani (cioè il rapporto tra la prima rata di pensione e l’ultimo reddito) sono tra i più elevati dell’area Ocse, per un lavoratore dipendente tale tasso è pari al 70% circa dell’ultima retribuzione e al 60% per un autonomo. La pensione sarà rispettivamente di 870 e 750 €; non proprio un importo che consenta il mantenimento di un discreto tenore di vita. Ma quanto costa aumentarsi la pensione del 20% (255 €)? Con 40 anni di versamento 65 € al mese che al netto delle tasse non superano i 49 €; se poi si tratta di lavoratore dipendente la metà la paga il datore di lavoro. E’ evidente che non si tratta di un impegno economico gravoso e forse lo farebbero in tanti se lo Stato e gli enti pubblici o semi pubblici preposti facessero almeno informazione anziché gravare con i loro costi sui cittadini.